Storia del Territorio

Storia ed evoluzione della struttura insediativa nel comprensorio sangro – aventino e di altino

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Descrizione

Gli insediamenti nella preistoria e durante il dominio dei Sanniti e dei Romani
Non è possibile comprendere la storia e la trasformazione di un territorio, sia pur piccolo come quello di Altino, senza collocarlo almeno in una visione comprensoriale. Per questo, prima di soffermarci sugli approfondimenti di alcuni aspetti e problematiche inerenti in modo specifico il territorio di Altino, è stato necessario inquadrare alcuni fenomeni ed eventi in un sistema di riferimento sufficientemente vasto tale da facilitarne analisi, constatazioni, raffronti, e la stessa comprensione.

Il nostro territorio è stato abitato sin dal paleolitico, come testimoniano non solo le caverne e le grotte a ridosso della Maiella, ma anche i numerosi reperti litici rinvenuti in territori meno elevati e rocciosi come quelli di Pescopennataro, nelle vicinanze delle sorgenti Del Verde. Nel periodo neolitico, cioè quando l’uomo da cacciatore e raccoglitore inizia a diventare un agricoltore, i posti prediletti per l’insediamento di capanne sono i terrazzamenti fluviali. Oltre ai terreni più fertili e limosi, la presenza dell’acqua facilita sia le coltivazioni che la stessa vita degli uomini. In effetti i ritrovamenti sin ora fatti interessano le sponde del fiume Aventino. Il cosiddetto “uomo della Maiella” (anche se in realtà si tratta di una donna), vissuto nei nostri ambienti oltre 7.500 anni fa, e rinvenuto a Fonte Rossi nel territorio di Lama dei Peligni nel 1913, rappresenta una delle testimonianze più significative. Nell’età del rame e del bronzo, cioè nel III – II millennio a.C., si incominciarono ad avere le prime traccie di insediamenti testimoniati da pugnali ed asce in pietra o in rame rinvenuti lungo lAventino (Piano Laroma, Lama dei Peligni, Lettopalena, Colledimacine, Taranta Peligna) e nelle vicinanze del Sangro: a Roccascalegna in località Colle Longo; ad Archi in località Fonte Tasca; a Pennadomo sempre nelle vicinanze del Sangro. I ritrovamenti a Cole Longo dimostrano attività di allevamento, soprattutto di pecore, mentre l’insediamento in località Fonte Tasca ci porta la testimonianza più antica, nell’utilizzo adiatico, della coltivazione e commercializzazione dell’ulivo. In definitiva nell’età neolitica, eneolitica e nell’età del bronzo nel nostro comprensorio gli insediamenti tendono a localizzarsi a quote basse in prossimità dei fiumi ed i siti, in genere, sono scelti in relazione:
• alla vicinanza di corsi d’acqua o di sorgenti perenni;
• all’esistenza di suoli piani, produttivi, in poche parole ottimali per l’agricoltura;
• alla vicinanza, soprattutto per gli insediamenti lungo l’Aventino, dei valloni o di altre strade naturali che permettono l’accesso ai pascoli sulle pendici della Maiella.
La logica insediativa rispondeva alle esige agricole, a quelle di avere accesso ai pascoli e naturalmente alla disponibilità di acqua. Tra gli insediamenti agricoli già specializzati, allo stato delle conoscenze attuali, possiamo citare solo quello della Fonte Tasca ad Archi. La notevole quantità di resti di dolii ci induce a pensare che esistesse un’attività produttiva di olio non solo finalizzata a soddisfare i consumi interni, ma anche quelli esterni.

E’ però nel primo millennio a.C. che, con il sorgere di entità culturali specifiche, iniziano a moltiplicarsi e a diffondersi gli insediamenti a quote più elevate. Sono per lo più centri fortificati dislocati sulle sommità delle colline e dei monti a ridosso dei fiumi, o anche nelle parti più interne. Possiamo citare le fortificazioni di Monte Pallano, posizionate a guardia della confluenza del fiume Aventino e Sangro; Monte di Maio, M.te Pidocchio, Colle di Guardia e lo stesso M.te Clavario nel centro abitato di Montenerodomo nonché quelli arroccati sui Monti Pizzi, nella parte più interna; altri invece controllano i percorsi lungo i fiumi Sangro ed Aventino, oppure la risalita da questi come Costa del Tasso a Pennadomo, Monte Moresco a Torricella Peligna, M.te S. Giuliano a Gessopalena; verso l’Aventino possiamo citare Colle Calcare a Casoli, Castellano a Lettopalena ed altri a Lama dei Peligni. In questo periodo aumentano anche le testimonianze funerarie delineando una rete insediativa piuttosto diffusa. Gli insediamenti, in ogni caso, hanno una dimensione limitata rispettando le consuetudini di vita degli stessi Sanniti. Le caratteristiche geomorfologiche del nostro territorio, la mancanza di estese pianure, la difficoltà di coltivare terreni con forte pendenze, e probabilmente in gran parte coperti da boschi, inducono a scegliere piccoli insediamenti sparsi sul territorio dov’è possibile costruire una relazione diretta tra le modeste risorse ed il contenuto numero delle persone da sostentare. Sin ora, oltre ai centri fortificati, solo 4 sono gli insediamenti più grandi e significativi: Juvanum, Cluviae, Trebula e l’insediamento su Monte Pallano, non molto distante dalle mura megalitiche erette sulla sommità. Detti centri, oltretutto, saranno potenziati dagli stessi Romani dopo la totale conquista del comprensorio. Il modello insediativo dei Sanniti, e quindi della tribù dei Carecini che occupava il comprensorio, è arricchito dalla presenza di santuari e strutture culturali dislocati in zone facilmente accessibili e fruibili da tutti. E’ il caso del santuario edificato a Juvanum non molto distante dalle strutture difensive di Montenerodomo e dei Pizzi, ma facilmente raggiungibile e posto ad una eguale distanza dal fiume Aventino e Sangro. Il teatro arricchisce un’area evidentemente pensata ed organizzata per i servizi culturali ma anche economici e sociali dal momento in cui gli stessi santuari, come ampiamente documentato, non assolvono solo funzioni religiose, ma facilitano gli incontri e gli scambi e costituiscono dei punti di riferimento per un’economia legata essenzialmente all’agricoltura ed alla pastorizia. Se si analizza la dislocazione territoriale delle fortificazioni e dei santuari, si nota subito la stretta relazione con i percorsi legati alla transumanza. Sono insufficienti gli studi attuali a dimostrare l’esistenza di detti percorsi sin dall’epoca sannitica, ma la relazione è talmente evidente da avvalorarne l’ipotesi. Oltretutto i sistemi insediativi che si sono succeduti nei tempi hanno mostrato, come avremo modo di verificare successivamente, una forte continuità rafforzando l’importanza di alcuni servizi e strutture localizzati proprio in quei punti da sempre vocati a sostenere un ruolo ed una funzione per l’intero comprensorio; ciò probabilmente significa che anche il tipo di economia è strettamente relazionato al territorio ed alle sue persistenti vocazioni.

Nell’epoca romana il modello insediativo dei sanniti non viene stravolto, anzi viene rafforzato. La città di Juvanum, ma anche di Cluviae e di Trebula, subiscono consistenti ampliamenti potenziati da strutture di grande interesse quali il foto, la basilica, le strade necessai per il potenziamento delle attività economiche. Con ogni probabilità, nonostante l’interesse dei Romani a concentrare la popolazione nelle città per meglio controllarla ed indirizzarla, la gente continua a vivere a contatto diretto con le risorse naturali dei luoghi, e quindi anche al di fuori dei grandi agglomerati. In effetti i resti ed i ritrovamenti sono piuttosto diffusi; una novità è però rappresentata dall’esistenza di ville probabilmente utilizzate per controllare, organizzare ed incrementare le attività economiche del comprensorio, soprattutto nelle aree collinari più a valle. Senza dubbio i processi di produzione sia nel campo dell’agricoltura che della pastorizia diventano più razionali ed organizzati, come testimoniano più importanti dell’epoca: Juvanum e Cluviae.

Sul territorio di Altino sono stati rinvenuti solo alcuni reperti archeologici casuali, secondo i racconti di alcune persone, senza che questi siano stati esaminati da esperti. In definitiva per avere un’idea sulle popolazioni presenti sul territorio e sulle attività che queste svolgevano, bisogna tener conto degli insediamenti più remoti rinvenuti nelle vicinanze che sono quelli di Roccascalegna, in località Colle Longo a soli circa 250 m in linea d’aria dalla sponda sinistra del Sangro, e Fonte Tasca nel comune di Archi, a confine con Atessa, distante qualche chilometro dalla sponda destra dello stesso fiume. Nel primo caso l’insediamento risale al periodo eneolitico e la presenza umana può essere datata tra la fine dell’eneolitico (o età del rame) e gli inizi dell’età del bronzo (o antica età del bronzo), cioè verso la fine del terzo millennio a.C. (circa 2300 – 2000 a.C.). Si caratterizza per l’attività legata alla lavorazione della pietra, (considerando i numerosi strumenti litici ritrovati ed il loro stato finito), ma anche per gli allevamenti soprattutto ovini e per la lavorazione della lana come lasciano supporre le numerose fuseruole e pesi per i telai, rinvenuti durante gli scavi, utilizzati per la filatura della lana o del lino. Tra i resti faunistici, le specie più rappresentative sono la pecora, il maiale ed il bue. L’alta percentuale di ovini può essere una testimonianza di una intensa attività pastorale.
A fonte Tasca si tratta del ritrovamento di un grande fosso in precedenza scavato per il drenaggio e la raccolta delle acque e, successivamente, utilizzato come deposito. I numerosi resti portati alla luce interessano la ceramica da cucina e da mensa, fornelli, bronzi, strumenti litici, museruole, rocchetti, pesi di telaio, resti faunistici ecc.. Anche se gli scavi eseguiti sono ancora limitati, e non ancora sono stati riportati alla luce strutture abitative o altro, i tipi di reperti stanno a testimoniare la presenza di un insediamento risalente all’età del bronzo finale (circa 1200 – 900 a.C.). Ma la scoperta più interessante fatta dal Prof. Di Fraia, archeologo e responsabile degli scavi, è quella della presenza di noccioli di olivo carbonizzati che, sottoposti ad analisi, hanno rilevato di appartenere all’olivo coltivato. Inoltre i numerosi dolii rinvenuti, più di 50, alcuni dei quali con una capacità di almeno 450 litri, costruiti artigianalmente in loco, testimoniano un’attività agricola già specializzata e vocata, in questo caso, alla produzione di olio.
Nel periodo sannitico, bisogna evidenziare che l’intero corso dei fiumi era controllato dall’imponente sistema difensivo appositamente predisposto. Alla confluenza dei due fiumi, però, il controllo del Sangro avveniva attraverso le fortificazioni di Monte Pallano; per l’Aventino con le fortificazioni di Cluviae, città sorta in prossimità di 3 corsi d’acqua: Avello, Laio e Aventino.
Resti di epoca pre – romana e romana sono stati segnalati, anticamente, in prossimità di Castellana, non molto distante da Capriglia, nel territorio di Roccascalegna dove, sempre in prossimità del fiume, sono state trovate tracce d’insediamenti non ben definiti oltre a tombe, anfore di terracotta e di vetro, monili e monete del III sec. d.C., nonché un piccolo bronzetto raffigurante Febo danzante. Nel territorio di Atessa, in prossimità di Passo Porcaro, è stato rinvenuto un piccolo tempio con ara sacrificale appartenente ad un santuario localizzato vicino al tracciato tratturale; a Monte Pallano, invece, oltre alle mura megalitiche lasciate dai popoli italici, si sta riportando alla luce un insediamento sannitico – romano presso Fonte Benedetti, insieme ad un santuario da poco identificato da archeologi americani ed inglesi.

I processi d’incastellamento
Sul problema dell’incastellamento si è sviluppata, negli ultimi anni, una notevole attività di ricerca e diverse sono le posizioni assunte dagli studiosi. Alcuni affermano che le cause determinante del fenomeno siano le esigenze di difesa diffusesi dopo le invasioni ungare e saracene; altri invece fanno derivare l’incastellamento dalla trasformazione dei casali in villae e quindi dai processi di accentramento e fortificazione degli insediamenti. Le due tesi non sono in contrasto tra loro, i modi in cui si evolvono e si modificano le strutture insediative sono diversi da caso a caso e da area ad area, tanto da far ritenere che ogni insediamento abbia una sua fase di incastellamento. I modi e i processi insediativi comprendono sia la fortificazione di nuclei accentrati, sia la fondazione di nuovi castelli per ampliare le frontiere del popolamento. Accanto a questi castelli ve ne sono altri in cui la preoccupazione militare è prevalente su quella demografica: la loro funzione è quella di sorvegliare un punto di transito importante e di imporre la propria presenza di fronte ad un potente vicino. Dall’incastellamento discendono sia la comunità fortificata (centro rurale circondato da una cinta di legno o muratura) sia il castello con tutte le sue funzioni di sorveglianza, dominio e difesa del territorio. Il termine “incastellamento” indica il sorgere di strutture difensive dette castella o castra, ma anche un processo attraverso il quale le suddivisioni territoriali esistenti in un’area vengono sostituite da un sistema di pertinentia o territoria appartenenti ai castelli. Tale processo è comune a moltissime parti d’Italia nei secoli X e XI e riguarda anche la storia delle istituzioni e del decentramento del potere locale.
A causa della minaccia saracena sorsero nuovi castelli e torri per la protezione delle popolazioni agricole, si iniziò così ad intendere le fortificazioni come un insieme organico per la difesa di interi territori contro i saraceni. I Longobardi che, in un paese dall’economia essenzialmente agricola e pastorale, detenevano la maggior parte della proprietà terriera, le armi e il potere, avevano la necessità di creare punti fortificati per la residenza e protezione dei borghi agricoli.
Nel primo periodo della denominazione longobarda non era ancora stata attuata una massiccia costruzione di opere fortificate. I cronisti del tempo testimoniano come allora i castelli fossero rari; solo successivamente il territorio assunse un aspetto caratterizzato da rocche, torri, castelli, terre murate e fortificazioni varie, dovuti a conti, gastaldi ed abati che agivano per la comune sicurezza, ma anche per raggiungere proprie ambizioni.
Oltre ai longobardi anche i benedettini di Montecassino contribuirono al processo dell’incastellamento collegato all’economia agricola; essi si insediarono nella valle dell’Aterno e nella conca di Sulmona a protezione delle loro aziende agricole, ma influenzarono anche l’organizzazione della vita economica e sociale delle popolazioni a ridosso sia del fiume Sangro che dell’Aventino.
Un punto di riferimento documentale molto importante per rilevare i primi tentativi di incastellamento è il cosiddetto Memoratorium di Bertario inserito nella Chronica Monasteri Cassinensis. Bertario è abbate di Montecassino quando l’Abbazia viene distrutta dai Saraceni. Bertario in un elenco redatto a futura memoria aveva registrato i beni che l’abbazia possedeva. L’elenco inizia con il monastero – grancia di S. Liberatore a Maiella, di notevole rilevanza in quanto il primo presidio cassinese in Abruzzo; segue con Pennapiedimonte, Piano di Laroma di Palombaro, Casoli, Monte S. Pancrazio di Roccascalegna, Prato di Civitella Messer Raimondo, Gessopalena, S. Martino in Valle, Fara S. Martino.

Il monastero di San Pancrazio e le prime difese del territorio attuate dai monaci
Il monastero di San Pancrazio, secondo quanto è scritto nel “memoratorium” redatto dall’abete cassinese Bertario prima che il monastero di Montecassino venisse distrutto dai Saraceni il 4 novembre 883, faceva parte di una rete di monasteri che la potente signoria monastica cassinese aveva dislocato in punti strategici per controllare meglio i vasti possedimenti terrieri che si estendevano per circa 7000 – 8000 ettari tra cui la Maiella e il mare lungo le valli del Pescara, dell’Alento, del Foro e del Sangro fino a raggiungere ai due estremi opposti le città di Ortona e di Aterno (Pescara) con i relativi sbocchi sul mare e i porti. Tra le numerosissime chiese si inseriscono diversi monasteri distribuiti sul territorio. Ogni monastero, secondo l’organizzazione cassinese, controlla e gestisce sotto la propria giurisdizione diverse chiese le quali diventano dei punti di riferimento per il territorio locale con funzioni sociali, economiche ed anche politiche. I monaci si impegnano a controllare ed organizzare il lavoro dei coloni e dei servi, ad istruirli per la bonifica e coltura dei terreni, oltre naturalmente all’educazione religiosa.
La chiesa, in pratica, rappresenta in questo periodo una base di aggregazione della realtà fondiaria e di quella umana che su di essa vive ed opera nelle case sparse e nei piccoli casali irregolarmente distribuiti sul territorio. Più tardi gli stessi monasteri, chiese, pieve ecc. diverranno dei poli di attrazione per gli insediamenti di nuovi abitati o piccole comunità che, col passare dei secoli, a volte diverranno vere città.
Intorno alla fine dell’800 le invasioni dei Saraceni apportarono distruzioni e disordini lungo tutta la costa abruzzese e molisana ed in particolare lungo la vallata del Sangro spingendosi, secondo alcuni documenti, fino a Villa Santa Maria. L’avversione dei Saraceni contro la chiesa Cristiana è ormai cosa risaputa e, secondo scopi politici ben precisi, non tardavano a distruggere chiese ed abbazie nei territori occupati al fine di mettere in crisi il sistema organizzativo della chiesa. Probabilmente anche la Badia di San Pancrazio du distrutta da una delle tante invasioni.
Oltretutto il campanile che fiancheggia il monastero conserva ancora l’aspetto di una torre dalla quale era possibile controllare l’intera vallata del Sangro, fino al mare.

Successivamente alle invasioni dei Saraceni, i Trasmondo, conti di Chieti, intrapresero tra la valle del Sangro e del Trigno una vera e propria politica di infeudazione monastica, (cioè la costituzione di possedimenti terrieri attraverso i monasteri), al fine di consolidare i propri possedimenti a sud e successivamente estenderli verso la Contea di Termoli. Nel rafforzare il ruolo e l’influenza di San Giovanni in Venere, trasformarono la chiesa in abbazia e molti territori vennero posti sotto l’amministrazione della stessa. Altri territori e monasteri invece, dislocati tra il Sangro ed il Sinello appartenenti nei secoli IX e X al monastero di Farfa, furono ceduti ai conti Teatini in cambio di territori a nord di Pescara. Tra questi il monastero di Santo Stefano in Lucana (tra Tornareccio ed Atessa) i cui possedimenti si concentravano lungo la valle del Sinello, (da Guilmi a Pollutri), e del Sangro, (da Pallano al mare), interessando anche i territori di San Pancrazio, secondo quanto sta emergendo da alcune ricerche.
Nel 1045 i Normanni, al comando di Goffredo D’Altavilla, dopo aver cacciato i Bizantini ed i Saraceni dal sud d’Italia, si spinsero verso l’Abruzzo. Il figlio di Goffredo, Robero di Loritello, sconfisse Trasmondo, conte di Teate (Chieti) e molti territori, tra cui pure quelli di Roccascalegna e Altino passarono sotto il dominio dei Normanni. Goffredo D’Altavilla, nel controllare ed organizzare amministrativamente le nuove terre conquistate, fondò nel 1061 la contea di Manoppello costituita da 16 feudi tra i quali anche Altino e Roccascalegna.
Dal 1061, sino al 1300, si susseguirono alla contea di Manoppello, di padre in figlio, Guglielmo, Boamondo, Odorisio, Berardo, Gualtieri e Tommasa. E’ stata la famiglia più importante per Roccascalegna poiché l’interessamento e l’opera continuativa di un’intera dinastia permise la costruzione delle opere architettoniche più significative, tra le quali pure San Pancrazio.
Con Odorisio, che rivestì anche la carica di Giustiziere d’Abruzzo, avvalendosi della collaborazione di un nipote (di nome Odorisio) frate presso l’abbazia di San Giovanni in Venere, avviò la rinascita dell’abbazia di San Pancrazio, agli inizi del 1200 – L’abate, che in seguito divenne cardinale, cercò prima di porre i territori di San Pancrazio, attraverso la bolla del Papa Alessandro III del 1176, sotto la giurisdizione di San Giovanni in Venere e, successivamente, ne sostenne la ricostruzione ex novo. Il figlio di Odorisio (feudatario di Roccascalegna), Berardo, continuò l’opera del padre probabilmente avvalendosi anche della carica prestigiosa che suo fratello Gualtieri ricopriva quale cancelliere dell’Imperatore Federico II successivamente all’intervento a suo favore per la riconquista del trono. Gualtieri nella metà del 1200 costrì (o forse riorganizzò) il sistema difensivo del castello.

L’abbazia di San Pancrazio ed i territori posseduti anche ad Altino
L’abbazia di San Pancrazio ha avuto ripercussioni sull’organizzazione della vita delle comunità non solo di Roccascalegna ma anche di Altino, considerando il fatto che, sino al XIX secolo, molti territori di quest’ultimo comune, erano amministrati dai monaci non solo di San Pancrazio ma anche di San Giovanni in Venere.
Il monastero di San Pancrazio è già noto sin dall’829 in occasione della concessione del piccolo monastero di Santo Stefano in Lucania al monastero di Farla, da parte di Ludovico il Pio, come suo possesso e appartenenza. Nell’883 nel Memoraterium dell’abate Bertario l’abbazia è menzionata come possesso e dipendenza di Montecassino e soltanto dal 1173 appartenne al Vaticano, come risulta da una bolla di Papa Alessandro III. E’ nominata in un’altra bolla successiva ad Innocenzo II del 1208, mentre nel 1308 e nel 1321 paga 26 tarì al Vaticano e nel 1324 – 25 è proprietario delle seguenti grance: Chiesa de Santa Maria, di S. Angelo e San Criscinziano di Roccascalegna. Altra dipendenza dell’abbazia di S. Pancrazio era il monastero di S. Maria che pagava per le decime 6 tarì. Ulteriore dipendenza dell’abbazia è la chiesa di S. Pietro di Altino, come attestato da documenti cinquecenteschi. La chiesa è stata completamente risistemata.
Il 24 maggio 1568, in occasione della visita pastorale effettuata da Monsignor Oliva vescovo di Chieti, fu data una descrizione a “caldo” di ciò che rimaneva dell’antico splendore dell’abbazia. Dall’analisi del documento veniamo a conoscenza della data di costruzione della chiesa nell’anno 1205 e dall’esistenza di un chiostro scoperto con tracce di antica copertura; nel 1593 la situazione non era di certo migliorata se il vescovo di Chieti monsignor Samminiato dichiarava che l’abbazia era scoperta, senza porte, le mura erano in pericolo di crollo e l’interno era pieno di calcinacci. Nel 1707 ciò che ne resta della chiesa di San Pancrazio, compresi i suoi benefici, cioè le rendite, veniva concesso all’arciprete di Castelnuovo (Castelfrentano): Domenico Crognale. I beni residui dell’abbazia, pari a un totale di 603 tomoli (215 ettari), ridotte ormai esclusivamente a rendite sui terreni, erano costituiti da territori colti e incolti nei luoghi più disparati per un totale di 2130 querce e 8 piante d’ulivo. Tra questi c’erano anche quelli posseduti ad Altino, nelle vicinanze di Sant’Angelo, che nel 1810, anno in cui fu predisposta la reintegra dei beni dopo la sentenza della Commissione Feudale, ammontavano a circa “21 tomoli”.
Altri possedimenti monastici, presenti nel territorio di Altino, interessano le Scosse detenuti dal monastero di San Giovanni in Venere. Nel 1421 detti territori risultano appartenere a Tuccio Ricci che li amministrava, però, per conto della stessa abbazia.

La nascita dei centri storici
Il Medioevo è stato un periodo decisivo per l’aspetto territoriale ed insediativo del comprensorio in esame. Infatti la quasi totalità dei principali insediamenti trae la propria origine dal periodo medioevale, eccetto Giuliopoli fondata ex novo dai Caracciolo nel ‘600 e Ateleta fondata proprio da Giuseppe De Thomasis agli inizi del XIX secolo al fine di raccogliere la popolazione sparsa nei territori circostanti.
La popolazione nel periodo medioevale era uniformemente distribuita sul territorio in piccoli centri arroccati su rupi inaccessibili, spesso sui resti delle fortificazioni di epoca italica. Furono realizzati insediamenti in quota, anche oltre i 1500 m probabilmente favoriti dal riscaldamento climatico che ebbe a verificarsi a partire dal XI secolo in tutta Europa.
Un ruolo rilevante nella riorganizzazione socio – economica del territorio, nei primi secoli che seguirono la caduta dell’Impero Romano, fu rivestito proprio dai monasteri benedettini che si insediarono proprio sui resti delle antiche città ormai abbandonate come Trebula o Juvanum, nonché nei posti strategici lungo i tratturi o sui valichi montani. Al monachesimo benedettino si ricollega anche il movimento eremitico che ebbe proprio sulla Majella, definita dal Petrarca come “fonte di santità” il suo centro d’irraggiamento delle regioni circostanti.

Tra il Sangro e l’Aventino intorno all’anno mille iniziò il fenomeno dell’incastellamento. Le popolazioni si raggrupparono intorno a fortificazioni strategiche controllate come Prata, Gessopalena, Civitella Messer Raimondo. Occuparono spesso anche antiche fortificazioni sannitiche come Montenerodomo, Pizzi Superiore, Monte Moresco. Gli insediamenti, inoltre, si localizzarono anche in alta montagna oltre 1500 m su Monte La Rocca e monte dell’Ellera, fino a toccare 1615 m su Colle delle Vacche. Il riscaldamento climatico tra il X e XV sec. favorì l’insediamento umano in quota. L’economia dei centri montani si basava sia sullo sfruttamento delle risorse naturali della foresta che sull’agricoltura e l’allevamento. In generale nel Medioevo i centri erano più piccoli di quelli attuali, con una popolazione contenuta e uniformemente distribuita sul territorio, al fine di utilizzare in maniera ottimale le risorse naturali disponibili. In definitiva il nostro comprensorio si contraddistingue per la presenza di numerosi insediamenti e feudi, di origine medioevale, oggi scomparsi. Essi si localizzano solitamente sulla sommità di rilievi, spesso inaccessibili in quanto difesi da rupi strapiombanti. Una caratteristica dell’area è la presenza di insediamenti a quote elevate, oltre i 1200 m, abbandonati come su Liscia Palazzo, Monte La Rocca, Rocca Cerretana, Ricazza, Monte dell’Ellera, Forca Palena, Pietrabbondante, Val di Terra, ecc.. Alcuni di questi insediamenti si localizzavano anche a quota superiore a 1500 m come nel caso di quelli situati su Monte La Rocca e Monte dell’Ellera. Molti degli insediamenti scomparsi furono abbandonati nel XV secolo a seguito di forti eventi sismici, nonché epidemie tra cui la peste che fece la sua comparsa in Europa proprio in quel periodo. Gli insediamenti più elevati non furono ricostruiti probabilmente a causa di un generale raffreddamento climatico. Altri insediamenti, invece, furono probabilmente abbandonati poiché minati dalle frane che interessavano gli affioramenti su cui si localizzavano come nel caso di Monte Moresco, Pile, Rocca Cerretana e la stessa Pizzi Superior su Liscia Palazzo.

Il monachesimo benedettino ha rivestito un ruolo importantissimo e decisivo nella riorganizzazione sociale, territoriale, nonché economica dell’area di studio. A partire dal VIII secolo furono fondati importanti monasteri nel comprensorio come Santa Maria Basilica nei pressi di Villa Santa Maria di pertinenza di San Vincenzo al Volturno, nelle vicinanze di una grande ed impenetrabile foresta pubblica sulle rive del Sangro. Sui resti degli antichi templi della città romana di Juvanum fu organizzata, intorno all’XI secolo, l’abbazia di Santa Maria del Palazzo mentre quella di Santa Maria della Spineto fu edificata, probabilmente in un periodo antecedente, sulle vestigia dell’antica Trebula. Più in alto nel territorio di Rosello e non lontano dal tratturo, prima dell’XI secolo, fu fondato il monastero di San Giovanni in Verde. Sull’Aventino, invece, probabilmente intorno al X secolo, venne costruito il monastero di Santa Maria di Monte Planizio. Oltre a questi nel comprensorio si localizzavano altri monasteri benedettini a Palena, Casoli (San Giustino), Roccascalegna (San Pancrazio), Gessopalena (Sant’Egidio), Torricella (Santa Maria di Monte Moresco); inoltre l’importante monastero di San Martino in Valle a Fara San Martino.
Intorno ai monasteri sorsero anche alcuni insediamenti come nel caso di Lettopalena nei pressi di Santa Maria di Monte Planizio, oppure Quadri non lontano da Santa Maria dello Spineto e Villa Santa Maria vicino Santa Maria in Basilica. Inoltre, già nel IX secolo, intorno ai castelli posseduti dal monastero di Montecassino, si organizzarono gli insediamenti di Prata, Civitella Messer Raimondo, Gessopalena.
I monasteri possedevano terreni seminativi, uliveti vigneti, pometi, inoltre boschi e bestiame. Probabilmente all’attività dei monaci si deve anche l’organizzazione di importanti attività artigianali come quella della lana lungo la vallata dell’Aventino. I grandi Monasteri benedettini dell’area entrarono in una crisi irreversibile nel XVI secolo per cause non ancora del tutto chiare.

Altro fenomeno che non può essere trascurato è quello religioso legato alla figura degli eremiti.  Oltre alla maiella, in cui si rinvengono numerosi eremi e luoghi di isolamento per eremiti, in particolare legati alla figura di Pietro dal Morrone e dei suoi seguaci, nel comprensorio si localizzano altri eremi frequentati nel periodo medioevale ed in quelli successivi da diversi anacoreti. In particolare, sotto Monte San Domenico di Pizzoferrato, si localizzavano la grotta e la cella eremitica che fu frequentata nel X secolo da San Domenico da Sora a cui si deve la fondazione, a Pizzoferrato, anche dell’abbazia andata distrutta di Sant’Altissimo. Nei pressi di Fallascoso, sotto una rupe la tradizione colloca l’antro in cui si ritirava in preghiera San Rinaldo, uno dei frati calabresi che tra il X e XI secolo si insediarono nella vallata dell’Aventino ed in perticolare nel monastero di Prata, nei pressi dell’attuale lago di Casoli. Le reliquie del santo tuttora sono conservate nella chiesa di Fallascoso. Anche San Falco, confratello di San Rinaldo, si ritirò in preghiera negli antri della Majella, sopra Palena. Probabilmente un luogo eremitico era preesistente al convento, attualmente scomparso, di San Giovanni in Verde nel territorio di Rosello. Un luogo di ritiro spirituale, attivo anche in tempi recenti, è stata l’area del Santuario della Madonna delle Rose presso Torricella Peligna, meta anche di pellegrinaggi. Ben più antico come eremo è la grotta di Roccascalegna, in località Peschiocupo, ove la tradizione vuole si sia ritirato San Giustino, Vescovo di Chieti, intorno alla metà del IV secolo.

Le origini di Altino
Nell’alto medioevo i ritrovamenti archeologici più interessanti e prossimi al territorio di Altino, sono quelli rinvenuti in località Santa Lucia, tra Torricella Peligna e Roccascalegna, ed ora conservati al museo di Crecchio.
Proprio in questo periodo è probabile che si siamo formati i primi insediamenti sul masso roccioso dove attualmente è collocato il centro storico. I nuovi processi di incastellamento, che iniziarono ad interessare le aree collinari e montane della fascia appenninica, nonché le forme di difesa attuate nel IX secolo dalla chiesa costruendo torri di avvistamento sui propri territori, o realizzando torri campanarie come quelle di San Pancrazio, per contenere le invasioni dei Saraceni che, risalendo il Sangro, allora navigabile, si inoltravano nell’intera vallata disseminando morte e distruzione, come più volte ebbe a verificarsi in quel tempo, accelerarono la crescita dei centri di difesa e di arroccamento. Non sappiamo con precisione quando fu realizzata la prima torre di quello che diventerà il castello di Altino, anche perché successivamente distrutto da eventi tellurici che, nel corso dei secoli, si susseguirono più volte danneggiando anche pezzi di mura costruite per la difesa del borgo.
Le prime notizie dirette, pervenute attraverso documenti scritti, risalgono al 1140: Edrisi, geografo incaricato direttamente dal re Ruggero II di analizzare alcune aree geografiche italiane, cita nel suo libro scritto in arabo il castello di Altino con il nome di “Cars Al tin”. Nel 1141 viene citato in alcune concessioni di decime dei castelli di Gisso a Pennadomo che Roberto, vescovo di Chieti, fa ad Alessandro priore dell’eremo di San Salvatore a Maiella. Nel 1145 nel Catalogo dei Baroni il territorio apparteneva al conte Boamondo di Manoppello, giustiziere d’Abruzzo per volere di Ruggero II, e forniva al re due militi, testimoniando indirettamente la consistenza numerica della popolazione del borgo, presumibilmente di circa 48 famiglie. Nelle decime dei secoli XIII – XIV risultano iscritte varie chiese tra cui una dedicata a Santa Maria, anche se non è possibile identificarla con certezza con una delle due chiese ancor oggi dedicate a Maria.
Nel 1395 Re Ladislao reintegra Napoleone Orsini nella contea di Manoppello e conferma a Pippo Ricci, della potente famiglia di Lanciano, un feudo sul territorio di Altino che, secondo i suggerimenti dell’Antinori, si tratterebbe di quello rustico di Scosse. Detti territori nel 1421 risultano ancora amministrati da Tuccio Ricci per conto dell’Abbazia di San Giovanni in Venere. Nel periodo delle guerre tra Angioini e Aragonesi, la famiglia Ricci approfittò degli eventi favorevoli e del beneficio della Regina Giovanna, per ampliarne e consolidarne i possedimenti acquistando, da Nicolantonio di Letto, già “Adoa” della nobildonna Marisa, Altino e Casacanditella. Il passaggio delle proprietà fu formalizzato nel 1425.

Emergenze archittettoniche
Il territorio è particolarmente ricco di emergenze architettoniche, soprattutto di quelle localizzate nel centro storico o nei nuclei rurali che, nonostante i valori ambientali o costruttivi per i particolari materiali impiegati, sono poco conosciute, scarsamente valorizzate e comunque non utilizzate.

Centro storico
Conserva un notevole pregio ambientale soprattutto per la tipica conformazione arroccata sulla rupe calcarea, interamente circondata da estesi paesaggi che spaziano dalla Maiella al fondovalle Sangro – Aventino, alle colline boscose di Monte Pallano, al sottostante Rio Secco. Seppure soggetto, negli ultimi anni ad assidui interventi di recupero urbanistico e di valorizzazione da parte dell’Amministrazione Comunale, diversi sono gli edifici ancora da ristrutturare, alcuni dei quali conservano ancora intatti gli originali aspetti tipologici ed architettonici. Alcuni palazzi pubblici, come quello “Rossetti”, già recuperato, è predisposto nei locali a piano terra, per ospitare eventuali musei o attività culturali.

Nuclei rurali
Nella seconda metà del ‘700 molti insediamenti rurali, sparsi sul territorio, iniziarono a crescere ospitando tipologie insediative di notevole pregio architettonico. In alcuni nuclei si conserva ancora l’aia, spazio comune utilizzato sia per lavori agricoli, come ad esempio la trebbiatura dei grani o dei legumi, sia per le attività di socializzazione (balli, recite, incontri). Sono rintracciabili i tipi edilizi più comuni e soprattutto le tecniche costruttive legate ad utilizzi di materiali particolari: le canne, i vimini, il gesso, il legno che oggi potrebbero costituire degli esempi di bioarchitettura. Sono state individuate alcune tipologie insediative tipiche del mondo rurale:
   • il casino, ossia l’edificio costruito dal signore possidente per ospitare i fattori, le stalle per gli allevamenti, le cantine e le rimesse per la trasformazione e custodia dei prodotti;
   • la masseria, isolata oppure aggregata per ospitare le famiglie contadine legata al podere da lavorare per conto dei signori o per conto proprio;
   • le abitazioni a schiera di fratelli o gruppi familiari;
   • le pagliare per la rimessa del fieno, nella parte superiore, e degli animali nei seminterrati;
   • il fondaco per il presidio degli orti.

Edifici di particolare interesse architettonico o tipologico
Si sono individuati diversi edifici che presentano aspetti tipologici e formali singolari, attraverso i quali è possibile ammirare l’abilità sia nell’ideazione di determinate strutture, sia nella realizzazione attraverso l’utilizzo di materiali tipici della zona. Ad esempio alcuni edifici legati ai casati di contadini proprietari, presentano una costruzione modulare che, attuata nel tempo in relazione alle singole necessità abitative, riesce a definire un organismo architettonico completo ed uniforme, in cui l’aggregazione abitativa avviene secondo un progetto unitario ben definito a priori, nonostante la completa realizzazione possa traslare nel tempo in una o più fasi.
Ricchi sono gli esempi di tecniche costruttive diverse, a seconda della natura e caratteristica dei materiali. Ad esempio nelle aree pianeggianti, prossime ai fiumi, le murature vengono realizzate con pietre tonde di fiume opportunamente lavorate e cementate secondo regole e accorgimenti consolidati nel tempo. Singolare, in alcuni casi, è l’utilizzo del gesso e degli elementi vegetali come canne, vimini ed altro per la realizzazione di solai, controsoffittature, tramezzature ed altro. Anche i camini, associati ai forni, realizzati con gesso e mattoni, hanno una propria tipicità ricorrente nel mondo rurale.


Si ringrazia per la gentile collaborazione il professionista che ha fornito il testo pubblicato:

Giuseppe Manzi
Insegnante, Architetto, Storico.

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Pagina aggiornata il 11/02/2025